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La serie B e un progetto sportivo che non c’è più

Dopo la sconfitta di Cagliari, la 19esima stagionale (sì, avete letto bene), l’allenatore Nesta ha ripetuto che al Monza manca la cattiveria per vincere le partite. Come dargli torto. Tantissime volte la squadra ha ceduto nei momenti decisivi delle partite, perdendo per strada punti preziosi. Già in avvio di campionato, a Firenze per fare un esempio. Più recentemente contro l’Inter (il gol subito subito dopo il 2-0) o contro il Parma per l’1-1 finale. Non essere mai riusciti a vincere una partita “sporca” è indicativo dei vistosi limiti caratteriali del Monza, da tempo impreparato alla lotta per la sopravvivenza.

 

Non è solo questione di cattiveria

 

Ma c’è molto di più della cattiveria. La retrocessione in serie B, a cui manca soltanto la conferma matematica, è la conseguenza pressoché inevitabile di un progetto sportivo scomparso insieme al presidente Silvio Berlusconi. Con lui c’erano gli investimenti, d’accordo, ma anche entusiasmo, ambizione e quel sano divertimento che è il motore di qualsiasi impresa. Senza di lui la politica del risparmio a tutti i costi, scusate il paradosso, ha via via svuotato la squadra di contenuti tecnici, la società di prospettive e l’ambiente di entusiasmo.

 

Tirare “innanz”

 

Si è sperato di tirare “innanz” spendendo il meno possibile per una squadra che in successione ha perso gente del calibro di Carlos Augusto, Rovella, Colpani, Di Gregorio fino a Bondo, Pablo Marì e Djuric. Gli scricchiolii si erano sentiti anche nel finale della seconda stagione di Palladino, un fuoriclasse della panchina, ma si era voluto liquidare il misero bottino con la salvezza già raggiunta. Invece venivano a galla i limiti strutturali e tecnici dell’organico, con molti giocatori – senza offesa – che non sono da serie A. E poi gli anni passano per tutti, compresi i senatori della prima ora.

 

Quali direttori sportivi?

 

Già è difficile galleggiare in piazze ben più importanti di Monza (per pubblico e tradizione) con budget contenuti, figuriamoci in assenza di talent scout e direttori sportivi tosti in grado di pescare bene in Italia e all’estero, senza spendere una fortuna. Ma nel Monza prima se n’è andato il diesse Antonelli, poi Modesto. Franco è stato accantonato e si è rispolverato Bianchessi, da tempo specializzato nel settore giovanile. Si è navigato a vista, con acquisti low cost improbabili (tutti tenuti in panchina da Nesta) e senza idee, né strategie chiare.

 

Un uomo rimasto solo

 

Un’affannosa rincorsa a mettere una pezza dietro l’altra, che sono state peggio del buco. Un po’ come il cambio dell’allenatore. La proprietà? C’è, va riconosciuto, ma soltanto per l’ordinaria amministrazione, che evidentemente non basta in uno scenario così competitivo. Di fatto al timone della società è rimasto soltanto l’ad Galliani, soffocato da un budget azzerato e da procuratori che hanno fatto i propri interessi e (ben) poco quelli del Monza. Basti guardare il rapporto ingaggio-minuti giocati di certi giocatori. L’entusiasmo contagioso della serie A è evaporato presto, troppo presto. Un peccato, di cui qualcuno dovrà assumersi la responsabilità prima di togliere il disturbo. Speriamo presto, molto presto.