Società e squadra: troppi errori che portano al crepuscolo

Ci sono tanti motivi dietro alla crisi del Monza, che ormai pare irreversibile. Sul campo la squadra ha ripetuto, per l’ennesima volta, quei grossolani errori difensivi che sono un’autentica zavorra: da otto partite consecutive i biancorossi subiscono una media di due gol, peraltro spesso in circostanze simili. Ogni calcio piazzato semina il panico in area e sulle palle aeree la difesa, ormai priva di Pablo Marì, barcolla. Anzi, molla. Ci sono molti giocatori fuori fase (Carboni) e altri che, anche per età, ormai paiono del tutto inadeguati per la categoria (D’Ambrosio).

 

Ma sarebbe sbagliato addossare le colpe sui singoli o su un singolo reparto. La verità è che il Monza fino alla trasferta di Como ha fatto il campionato previsto, quindi sofferto e complicato, ma anche con qualche scampolo di buon gioco. Poi è crollato in quel micidiale tunnel di cinque sconfitte consecutive da cui non è più riuscito a riemergere, anche e soprattutto sul piano caratteriale. L’incredibile (e sfortunata) sequela di infortuni (su cui sarebbe interessante fare una approfondita riflessione, perché a pensar male…) ha fatto il resto, privando Nesta e poi Bocchetti di soluzioni alternative. Nessuna partita è stata raddrizzata dalla panchina, meditate gente. E chi ha giocato sempre ha finito, con tutta evidenza, per calare alla distanza.

 

L’organico, sotto il peso di una classifica sempre peggiore, ha mostrato tutti i limiti tecnici che si conoscevano fin dall’estate scorsa. Suggestioni inutili (Forson), giocatori ripresi chissà perché senza farli giocare mai (Sensi), da tempo privi di mercato (Maric) o perennemente fuori condizione (Petagna). Partenze eccellenti (Di Gregorio, Colpani) non sostituite con arrivi adeguati. E alla mala parata, più di uno ha fatto o vorrebbe fare le valigie. Assente ingiustificata la società, con l’eccezione di Adriano Galliani al timone di una barchetta in balìa della tempesta con falle da ogni parte. Una società incapace di dare segnali di vita, senza fare alcun investimento per rafforzare la squadra, anzi privandola nel tempo dei giocatori migliori. Nessun progetto, niente pianificazione, scelte sempre di ripiego: questi sono i risultati, invero inevitabili.

 

Tardivo anche il cambio del tecnico: bisognava farlo già dopo l’1-2 con l’Udinese o, inevitabilmente, dopo il ko di Lecce con una prestazione pessima. Invece si è tardato di una settimana (giusto il tempo del brindisi natalizio, quasi una beffa), lasciando il cerino acceso in mano a Bocchetti nell’immediata vigilia di Parma e Cagliari. Scelta al risparmio, pure questa, ma evidentemente infelice perché il tecnico avrebbe avuto bisogno più tempo per preparare gli scontri diretti e, comunque, c’era l’urgenza di ben altro condottiero, anche come immagine, per risollevare una squadra così malmessa: Sasà è sicuramente il meno colpevole, ma lo score personale (3 punti in 5 partite, che diventano undici se ci mettiamo le sue precedenti in A), oltre a scelte oltremodo discutibili (Vignato per Maldini a Genova, una per tutti), suonano come una solenne bocciatura anche per lui.

 

L’emblema di una società priva di orizzonte è la cessione dei giocatori più importanti (Djuric, Pablo Marì e chissà che alla fine non se ne vada pure Bondo) senza immediate alternative nel momento decisivo della stagione. Ma anche la rincorsa affannosa ai prestiti dei giocatori in esubero nelle altre squadre, quasi a tappare qualche buco qua e là, peraltro agli sgoccioli del calciomercato e con la classifica largamente compromessa. Spiace che la bella favola del Monza di Silvio Berlusconi finisca così. Il patron non lo avrebbe permesso, per passione e competenza sportiva. Speriamo, almeno, che la proprietà dia una decisa accelerata alla cessione, sempre che sia rimasto qualcuno interessato alla ricostruzione del Monza. E in campo speriamo in un ultimo sussulto d’orgoglio, per non trasformare il resto della stagione in un’agonia e l’enorme delusione in rabbia. I tifosi non lo meriterebbero.